CATTOLICESIMO INTEGRALE

 
Ultimo Urlo - Inviato da: Tergestinus - Giovedì, 09 Settembre 2010 00:01
San Gorgonio, Martire
 
 
 
 
 
 
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 Giuramento di fedeltà degli zuavi pontifici alla Santa Sede Successivo
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Heritage
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MessaggioInviato: Mer Apr 25, 2007 4:08 pm Rispondi citandoTop

-GIURO A DIO ONNIPOTENTE DI ESSERE OBBEDIENTE E FEDELE AL MIO SOVRANO, IL ROMANO PONTEFICE, IL NOSTRO SANTO PADRE PAPA PIO IX, E AI SUOI LEGITTIMI SUCCESSORI.

-GIURO DI SERVIRLO CON ONORE E FEDELTA', E DI SACRIFICARE LA MIA STESSA VITA PER LA DIFESA DELLA SUA AUGUSTA E SACRA PERSONA, PER IL SOSTEGNO DELLA SUA SOVRANITA' E PER IL MANTENIMENTO DEI SUOI DIRITTI.

-GIURO DI NON APPARTENERE A NESSUNA SETTA NE' CIVILE NE' RELIGIOSA, A NESSUNA SOCIETA' SEGRETA O CORPORAZIONE, QUALUNQUE SIA, CHE ABBIA COME SCOPO, DIRETTO O INDIRETTO, QUELLO DI OFFENDERE LA RELIGIONE CATTOLICA E DI CORROMPERE LA SOCIETA'.

-GIURO DI NON ISCRIVERMI IN NESSUNA SETTA O SOCIETA' CONDANNATA DAI DECRETI DEI ROMANI PONTEFICI.

-GIURO ANCHE A DIO BUONISSIMO E GRANDISSIMO DI NON AVER ALCUN CONTATTO, DIRETTO O INDIRETTO, CON I NEMICI, CHIUNQUE SIANO, DELLA RELIGIONE E DEI ROMANI PONTEFICI.

-GIURO DI NON ABBANDONARE MAI LE INSEGNE DEL SOMMO PONTEFICE E IL POSTO CHE MI VERRA' AFFIDATO DAI MIEI SUPERIORI.

-GIURO DI UBBIDIRE A TUTTI I MIEI LEGITTIMI SUPERIORI, DI ONORARLI, DI DIFENDERLI E DI ESEGUIRE AI LORO ORDINI TUTTO CIO' CHE RIGUARDA L'OSSERVANZA DELLA RELIGIONE E IL FEDELE SERVIZIO DELLA SANTA SEDE.

-GIURO DI OSSERVARE ESATTAMENTE LE CONDIZIONI DEL MIO IMPEGNO, DI SOTTOMETTERMI A TUTTI GLI ARTICOLI E A TUTTE LE CLAUSOLE DELLE LEGGI DELLO STATO PONTIFICIO E DEI REGOLAMENTI MILITARI, E DI COMPORTARMI SEMPRE COME VALOROSO E FEDELE SOLDATO NEL COMPIMENTO DEI MIEI DOVERI. CHE DIO E IL SUO SANTO VANGELO MI VENGANO IN AIUTO, PER GESU' CRISTO NOSTRO SIGNORE. COSI' SIA.



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Tratto da: J.Guenel "La derniere guerre du Pape" Presses Universitaires de Rennes 1998, pagg 53-54

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MessaggioInviato: Mer Apr 25, 2007 6:24 pm Rispondi citandoTop

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MessaggioInviato: Mer Apr 25, 2007 6:30 pm Rispondi citandoTop

1860: le vicende risorgimentali stanno volgendo al termine e gli occhi di tutti sono puntati su Roma, destinata a diventare la capitale della nuova Italia. In un disperato tentativo di salvaguardare il potere temporale dei Papi, migliaia di giovani accorrono da ogni parte d’Europa per arruolarsi nell’esercito di Pio IX. Dalla primavera del 1860 sino al settembre del 1870, furono quasi quindicimila i soldati volontari dell’ultimo Papa-Re, destinati a scrivere una pagina della nostra storia andata poi dimenticata.

Mobilitati dai comitati diocesani formatisi in ogni nazione, si presentarono nella Roma del tramonto papalino giovani di ogni estrazione sociale: contadini e studenti universitari, figli del popolo e cadetti della più blasonata aristocrazia europea, tra cui il principe Pietro Aldobrandini, il principe Paolo Borghese, il principe Francesco Ruspoli, il principe Vittorio Odescalchi, il principe Carlo Chigi Albani della Rovere, tutti della nobiltà romana; il principe Alfonso di Borbone-Sicilia, fratello del Re Francesco II; il principe Alfonso Carlo di Borbone d’Austria-Este, successivamente pretendente carlista al trono spagnolo; il barone Athanase de Charette, discendente del leggendario eroe vandeano. Tra i romagnoli si segnalarono il marchese Zappi di Imola, i conti Filippo e Gustavo di Carpegna, il patrizio Odoardo Corbucci di San Giovanni in Marignano, il conte Emaldi di Lugo.

L'articolo di Piero Raggi intende ridare un volto a questi crociati del XIX secolo che manifestarono in modo eroico il profondo amore che ogni cattolico dovrebbe avere per la Sede di Pietro. E’ la vicenda di una generazione che, di fronte ai cambiamenti epocali provocati dalle Rivoluzioni massoniche, rimase fedele alla concezione cavalleresca dell’esistenza, in nome del Papa-Re.



Introduzione

I moti rivoluzionari del 1848, che culminarono con la fuga del Papa-Re Pio IX a Gaeta e la proclamazione della Repubblica Romana, cadute le illusioni repubblicane, avevano consentito al Piemonte, anche se reduce dalla disfatta di Novara, di farsi paladino della politica italiana ed il giovane Vittorio Emanuele II aveva trovato in Cavour un protagonista all’altezza del momento, scaltro, deciso a tutto e certamente privo di scrupoli. Sono noti i suoi indovinati interventi in campo internazionale per suscitare consensi alla causa italiana (invio di una spedizione italiana in Crimea), i discutibili maneggi per convincere l’imperatore dei francesi ad intervenire in Italia per la guerra contro l’Austria. Iniziò così, nel 1859, quella campagna che attraverso le battaglie di Montebello, Palestro, Magenta, culminate con la vittoria di Solforino e San Martino, condurrà all’armistizio di Villafranca.

La sconfitta austriaca porta come conseguenza l’abbandono da parte delle guarnigioni delle Legazioni pontificie di Bologna e della Romagna, dove si formano giunte provvisorie di giovani filo-piemontesi. Pio IX protesta inascoltato dinanzi alle potenze europee chiedendo il ripristino dell’autorità pontificia e dei diritti della S. Sede, ed in Concistoro chiede la dichiarazione di nullità di tutti gli atti dell’Assemblea nazionale di Bologna, presieduta dal Minghetti.

Napoleone, spaventato dalla reazione dei cattolici francesi propone a Vittorio Emanuele una confederazione di Stati italiani sotto la presidenza del pontefice, ma l’ipotesi viene respinta perché giudicata contraria ai voti del popolo italiano. Le mire espansionistiche del Piemonte non si arrestano, seguirà “la spedizione dei Mille” che, senza dichiarazione di guerra, invadeva uno stato sovrano con l’aiuto della diplomazia inglese in funzione antifrancese e antiaustriaca.

Ma Garibaldi non si arresta, l’obiettivo è Roma e già alcune bande hanno varcato il confine pontificio. Le autorità pontificie si rendono finalmente conto degli avvenimenti che ogni giorno incalzano e corrono ai ripari.



L’esercito pontificio si organizza

Il piccolo esercito pontificio composto da volontari cattolici provenienti da ogni nazione, costituito al solo scopo istituzionale e di difesa dell’ordine pubblico, naviga fra mille difficoltà. Il pro-ministro alle armi, card. Giacomo Antonelli, viene sostituito da mons. Saverio de Merode, già valoroso ufficiale dell’esercito belga e francese; egli in breve tempo riesce, data l’urgenza del momento, a far sì che il piccolo esercito diventi uno strumento efficace, moderno, bene organizzato, atto a mantenere l’ordine pubblico ma anche ad opporsi all’invasione di bande di volontari che si stanno formando ai confini dello Stato. Egli si avvarrà dell’opera dell’ufficiale francese de la Moriciere, vincitore del leggendario Abd-el Kader, durante la guerra d’Algeria, che viene nominato generale in capo.

Ha inizio così la “Nona Crociata”, che attraverso la sollecitazione dei comitati di arruolamento, l’opera capillare dei vescovi e dei parroci, farà confluire a Roma i volontari provenienti da ogni paese; alcuni, come gli antichi crociati, hanno sul petto l’insegna della croce, molti saranno raggiunti dalle famiglie con armi, cavalli e denaro destinato all’armamento.

Impossibile elencarli tutti, citeremo i più illustri: tra i francesi il conte Gaspard de Boubon Chalus, il conte Leon del Lorgeril, il conte Theodore de Quattrebarbes, il barone Athanase de Charette, il visconte Alphonse de Chateaubriand, nipote del celebre scrittore, il conte Hippolite de Momint, il conte de Becdelievre, valoroso comandante dei tiragliatori franco-belgi a Castelfidardo, il conte Palphy ungherese, il polacco barone de Crovin, gli italiani conte Cesare Caimi, il principe Carlo Chigi, il marchese Giovanni Lepri, il principe Francesco Ruspoli, il conte Cesare Crispoldi, il conte Odoardo Ubaldini, il marchese Giacomo Pietramellara, ed altri ancora dal Belgio, dal Canada…

La situazione politica precipita, la sinistra ha il sopravvento e Cavour deve correre ai ripari o la situazione gli sfuggirà di mano; dinnanzi alla diplomazia internazionale si affretta a condannare i rivoluzionari (quelli che poco innanzi aveva con ogni mezzo spinti al Sud) e fattosi paladino dell’ordine, si affretta, per contrastare l’azione di Garibaldi, ad inviare un numeroso corpo di spedizione per la conquista delle Marche e dell’Umbria. Avrà così ottenuto il duplice scopo di bloccare l’avanzata garibaldina, riprendendo in mano l’iniziativa, ed atteggiarsi a nemico della rivoluzione.



La battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860)

Il pretesto per l’invasione non mancherà, col beneplacito di Napoleone (l’ignobile “Fate, ma fate presto”). Emissari piemontesi muniti di larghi mezzi vengono inviati nelle due regioni allo scopo di suscitare focolai di ribellione al governo pontificio, ingigantendo ad arte sporadici episodi subito repressi. La popolazione resta fedele al suo legittimo sovrano, ma Cavour non demorde, ed ogni mezzo viene escogitato per favorire l’intervento armato. La popolazione, secondo Cavour, oppressa dal governo pontificio e dalle truppe straniere, inneggia a Vittorio Emanuele e desidera ardentemente congiungersi al resto dell’Italia.

Ma tutto è già deciso: un numeroso corpo di spedizione militare al comando dei generali Fanti e Cialdini (senza dichiarazione di guerra ma dopo l’emanazione di due inqualificabili proclami nei quali vengono insultati con le più vergognose menzogne i militari pontifici) viene inviato ai confini del territorio pontificio mentre una squadra navale con materiale d’assedio si dirige ad Ancona agli ordini dell’ammiraglio Persano. L’esito non può essere che scontato anche se la diplomazia pontificia spera in un intervento francese da Roma, ma la guarnigione francese di Roma non muove un dito, ed in quello austriaco da Trieste, assai improbabile dopo l’esito infausto della guerra del ’59.

Il piccolo esercito pontificio, che ben poteva contrastare le bande di volontari italiani, si trova ora dinnanzi l’armata sarda di oltre sessantamila uomini, che ha l’ordine di far presto, di vincere ad ogni costo, evitare ogni insuccesso, superare in rapidità e decisione, per ovvi motivi politici e di propaganda, la pur fulminea marcia di Garibaldi nelle Due Sicilie.

Il giorno 11 settembre l’esercito piemontese occupa Urbino e Pesaro, il 13 viene occupata Senigallia, il 14 è la volta di Perugia e di Foligno, il 16 viene assalita Spoleto, stessa sorte toccherà al piccolo presidio di S. Leo fatto segno ad un furioso cannoneggiamento.

L’esercito pontificio non ha scampo, al gen. la Moriciere non rimane altra alternativa se non concentrare le sue truppe in Ancona per evitare una lotta impari, in attesa dell’auspicato aiuto francese e austriaco che il segretario di Stato card. Antonelli continua ad assicurare. Il giorno 15 il gen. de la Moriciere si porta con la sua brigata a Macerata dirigendosi verso Ancona, raggiunto il giorno 16, dopo un’estenuante marcia, dalla brigata Pimodan, a Loreto. Ma il Cialdini, con abile mossa, sbarra ai pontifici la strada attestandosi sulle alture di Osimo e di Castelfidardo.

Lo scontro è inevitabile. Il giorno 18 ha inizio la battaglia ed il generale Pimodan chiede l’onore di iniziare l’attacco. I pontifici hanno in un primo momento il sopravvento, bisogna ad ogni costo occupare la località delle Cascine sino alle Crocette e di qui proseguire per Castelfidardo ed aprire un varco all’armata pontificia; ma la preponderanza dei piemontesi e soprattutto la loro munitissima artiglieria rendono vano ogni sforzo, i pontifici dovranno soccombere, alcune compagini si sbandano, il gen. de la Moriciere riesce a stento a salvarsi, dirigendosi con pochi uomini verso Ancona, ed una colonna potrà raggiungere Loreto dove si arrenderà il giorno dopo. Il generale Pimodan ferito gravemente più volte cade morente tra le braccia del suo aiutante conte di Carpegna.

Quello che resta dell’esercito pontificio è ora concentrato in Ancona dove subisce un duplice attacco dal mare e da terra: la flotta del Persano, le artiglierie del Cialdini. La resistenza si protrae fino alla mattina del 28 settembre quando, distrutta la lanterna e le altre fortificazioni del porto, colpita una polveriera, scarseggiando i viveri e le munizioni, nell’impossibilità di continuare la resistenza avvengono i preliminari della capitolazione che si concluderà il giorno 30 successivo.



La Massoneria vuole occupare Roma

L’autorità pontificia non può più illudersi: il governo italiano sotto la spinta della Massoneria vuole impossessarsi dell’intero territorio della Chiesa e proclamare Roma capitale.

Siamo ai primi mesi del 1861, quando mons. de Merode riesce ancora una volta a riorganizzare un esercito sotto la guida lungimirante del gen. Kanzler, nominato pro-ministro, ufficiale con un brillante passato militare, valoroso a Vicenza nel 1848, ben voluto dai militari i quali ne riconoscono le indiscusse capacità.

Il governo italiano propone all’imperatore dei francesi il ritiro del suo contingente da Roma, la proposta viene respinta: si arriva alla famosa convenzione di settembre (15 settembre 1864) stipulata tra il governo di Parigi e di Torino, senza che il Papa, il diretto interessato, sia consultato.

La convenzione prevede l’intangibilità dei confini pontifici garantiti dal Piemonte ed il ritiro delle truppe francesi a mano a mano che saranno sostituite da quelle del Papa. Il trasferimento della capitale d’Italia a Firenze (maggio 1865) provoca nuove preoccupazioni al Papa. Nel novembre ’66 la guarnigione francese lascia definitivamente il territorio della S. Sede ed il Pontefice, nel saluto di ringraziamento con parole di tristezza, dice: “non bisogna farsi illusioni, la rivoluzione verrà qui” ed è buon profeta.



La campagna nell’Agro Romano (1867)

Ancora una volta i comitati insurrezionali, ben foraggiati dal governo italiano, faranno nascere focolai di rivolta nello Stato della Chiesa per creare il pretesto alle truppe italiane di intervenire per ristabilire l’ordine e la libertà in casa altrui. In concomitanza ha inizio l’invasione di bande garibaldine; il piano è ben preciso, attaccare il territorio pontificio in più parti e provocare disagio e disorientamento tra i difensori. Comitati di arruolamento di volontari si formano attorno allo Stato pontificio riforniti di armi, di munizioni, di vettovagliamento e addirittura comandati da ufficiali piemontesi, mentre il governo finge di non sapere e di non vedere.

Questa volta però Garibaldi si troverà di fronte compagini ben organizzate e comandate, fedeli al giuramento prestato al loro Papa e sovrano che renderanno la vita assai difficile alle sue bande ovunque disperse. Impossibile citare i numerosi episodi, le lotte sanguinose, spesso impari, sostenute con valore da ambo le parti. Ricorderemo gli scontri di Montelibretti, Farnese, Bagnorea, Subiaco e ci soffermeremo sui fatti di villa Glori, di Monterotondo, di Mentana. Il 23 ottobre il gen. Zappi riceve notizie che un nucleo di camicie rosse è stato avvistato sui monti Parioli; la colonna, composta di circa 80 uomini, scelti fra i più ardimentosi ha il compito di trasportare armi per il comitato insurrezionale di Roma. I garibaldini vengono assaliti da un distaccamento di carabinieri esteri (43 uomini), sei dragoni e un gendarme a cavallo. La mischia si conclude con l’annientamento dei garibaldini, la morte di Enrico Cairoli, il ferimento del fratello Giovanni.

I giornali risorgimentali hanno parole di lode per i volontari dichiarandoli soccombenti dinanzi ad uno stragrande numero di zuavi, mentre “gli zuavi” non intervengono affatto e le forze sono tutte a vantaggio dei garibaldini. Non si voleva ancora ammettere che i cosiddetti “mercenari” si battessero con sì grande valore.

Altro combattimento, questa volta di grande rilievo, avvenne il successivo 25 ottobre quando una colonna di circa 4.000 volontari agli ordini di Menotti e Garibaldi, assale Monterotondo, difesa da 323 pontifici e due cannoni. Tutta la giornata i garibaldini si lanciarono all’assalto della piazza difesa da una cinta fortificata. La piccola guarnigione si difende eroicamente contrastando l’attacco sino alle prime ore del giorno successivo quando i garibaldini riescono ad avere la meglio con l’aiuto di una seconda colonna di rinforzo ed entrano nel paese bruciando una delle porte. E’ questa l’unica vittoria dei garibaldini in tutta la campagna che però costerà più di 500 uomini fuori combattimento (con saccheggi, furti sacrileghi, atti di violenza verso la popolazione ostile ed il clero).



La vittoria di Mentana (3 novembre 1867)

E veniamo alla battaglia di Mentana, che segnerà definitivamente la sconfitta delle compagini garibaldine. Garibaldi è in difficoltà, di scarsa entità le operazioni militari dei suoi luogotenenti Nicotera e Acerbi, l’auspicata insurrezione romana non avviene (dirà con rammarico il Bandi: “I romani non si mossero, sarebbero bastate poche schioppettate”) dispersa la colonna Cairoli, effimera la vittoria di Monterotondo. Gli uomini di Garibaldi non ricevono alcun aiuto dalla popolazione, il freddo e la pioggia rende ancor più difficile la vita dei volontari che, mancando di sussistenza, si danno al saccheggio e alle requisizioni, invano frenati dagli ufficiali e dallo stesso Garibaldi che deve intervenire con mano pesante.

Il Papa non cessa di protestare presso il governo italiano che però, non solo non interviene, ma continua nella sua ben orchestrata farsa dando ogni assicurazione in proposito, mentre Napoleone, sollecitato dalla diplomazia europea e dai cattolici francesi, deve più volte far sentire la sua voce, minacciando un intervento armato. Inascoltato, darà ordine che una spedizione militare sia approntata con destinazione Civitavecchia; a questo punto Vittorio Emanuele, considerando che questa volta Napoleone dica sul serio, dovrà pronunciarsi condannando l’invasione garibaldina con un proclama (“L’Europa sa che la bandiera innalzata nelle terre vicino alle nostre sulla quale fu scritta la distruzione della suprema autorità spirituale del capo della religione cattolica non è la mia”), ne consegue grande scompiglio per l’ordine di scioglimento delle bande: i filo-monarchici si sentiranno sconfessati, i repubblicani accuseranno la monarchia di tradimento e di asservimento alla Francia. Mai sopite rivalità si accentueranno tra Garibaldi e Mazzini; anarchici e socialisti che portano a defezioni, insubordinazioni, liti che Fabrizi, Albano Morri e Mosto riescono con fatica a sedare mentre giunge notizia dello sbarco del contingente francese.

Il campo garibaldino si trova in grande difficoltà (le diserzioni - sono parole di Lanza, e del Mombello ufficiali garibaldini - non accennano a finire) nel campo pontificio l’entusiasmo si accresce per i tanti successi riportati e per l’arruolamento di nuovi volontari. Fra gli italiani: Lancellotti, Patrizi, Aldobrandini, Borghese, Salviati ecc.; e per gli stranieri: de Christen, Urbano e Armando de Charette, Sint Sernin, ed un apporto cospicuo dei comitati di soccorso al papato, in particolare quello francese e belga, che elargiscono armi e danaro.

La mattina del 3 novembre due colonne lasciano Roma: quella pontificia agli ordini del gen. de Courtin è composta di 2913 uomini, quella francese agli ordini del gen. Polhes di circa 2000 uomini; il comando è affidato al gen. Kanzler.

Verso mezzogiorno si ha il primo scontro tra l’avanguardia pontificia e gli avamposti garibaldini. Comanda le forze garibaldine lo stesso Garibaldi coadiuvato dai nomi più prestigiosi: Valzania, Burlando, Fabrici, Missori, Canzio, Menotti. Il Kanzler ha con sé i generali de Courten e Zappi, i colonnelli Caino, Lepri, Allet, i tenenti colonnelli Carpegna, de Charette, gli ufficiali superiori Ungarelli, Rivalta. Violenta fu la lotta, serrate le cariche e i contrattacchi, alterne, almeno in un primo tempo le sorti della battaglia che però ben presto volgerà a favore dei pontifici. Vittoria dovuta essenzialmente alle armi pontificie col modesto aiuto dei francesi che intervengono a cose fatte; pretestuosa l’azione dei chasepots che non fecero meraviglia alcuna (ancora una volta sono due ufficiali garibaldini a smentire tale favola e ridimensionare l’efficacia dell’intervento francese sulle sorti della battaglia, ma, come sappiamo, si continua ancora a dire che Garibaldi fu sconfitto dai francesi, insistendo su un grossolano falso storico; era ed è ancora difficile accettare che Garibaldi che aveva sconfitto i francesi, borbonici e austriaci e quanti altri fosse proprio battuto da quei vili “mercenari” inetti al combattimento per i quali “sarebbero bastati solo i calci dei fucili”).

Garibaldi fu lasciato fuggire, forse per intervento francese, e arrivato a Figline viene arrestato e condotto nel forte di Varignano, a La Spezia. I prigionieri vennero condotti nottetempo a Roma per sottrarli all’ostilità della popolazione, il gen. Kanzler e i reduci pontifici furono ricevuti dalle massime autorità pontificie a Porta Pia tra gli evviva e l’accoglienza trionfale della popolazione.



L’invasione della Città Santa

Dal 1868 al 1870 la calma regna nello Stato pontificio. Il governo di Firenze tace, i garibaldini battuti e dispersi sono in condizioni di non più nuocere. I soldati pontifici sono dislocati lungo le frontiere, i centri più importanti sono presidiati, Roma è tranquilla.

L’8 dicembre 1869 ha inizio il Concilio Vaticano I, con la partecipazione di 700 Padri, che avrebbe solennemente sancito il primato e l’infallibilità del Papa in materia di fede e di morale ed in quell’occasione una folla cosmopolita si era riversata su Roma. Il carnevale romano riesce splendido e tranquillo, alle feste sono presenti i componenti delle case sovrane, spodestate dal governo italiano. Il governo francese richiama in patria i militari di stanza a Roma, chiedendo sempre l’applicazione delle condizioni della Convenzione di settembre affinché fosse assicurata la libertà del Pontefice. Ampie garanzie vengono date dal governo italiano e dal re medesimo.

Intanto un fatto importante che avrebbe sconvolto tutto l’equilibrio europeo sta accadendo in Francia: antichi dissapori e la mai sopita rivalità avevano esasperato i rapporti franco-prussiani; ciò condurrà inevitabilmente alla guerra che sarà dichiarata il 19 luglio. Nello stesso giorno la Camera dei deputati italiani e lo stesso Senato approvano un ordine del giorno auspicando lo scioglimento della questione romana secondo le aspirazioni nazionali, mentre una nota diplomatica fa presente al governo francese che la situazione negli Stati del Papa si va di giorno in giorno aggravando per tumulti e disordini ed il Menabrea ha l’imprudenza di affermare che i sudditi pontifici oppressi dal “Prete” di Roma, mordono il freno sotto il giogo delle baionette straniere e anelano a ricongiungersi alla patria italiana. Ancora una volta si ripete lo stantio ritornello del 1860 e del 1867, di voler portare la libertà in casa altrui; in realtà, come vedremo, si voleva trovare un pretesto per assalire Roma. Giungono intanto notizie della guerra di Francia che annunciano un susseguirsi di vittorie prussiane.

Nel frattempo la sinistra italiana faceva pressioni sul presidente del consiglio Lanza affinché si intervenisse contro Roma, temendo complicazioni di politica internazionale ed ulteriori difficoltà per la Chiesa. Contemporaneamente la sinistra italiana invia in campo prussiano un emissario a chiedere armi per l’insurrezione contro il governo regio; si profila quella rivoluzione tanto auspicata in particolare dalla massoneria, alla quale premono soprattutto la distruzione della Chiesa Cattolica e la scristianizzazione del paese. Giunge notizia della disfatta di Sedan (2 settembre 1870) con l’imperatore vinto e prigioniero. Il Papa non ha più alleati, la minaccia italiana si fa ogni giorno più concreta ed il Lanza, dopo aver dichiarato alla Camera “che marciare su Roma sarebbe stata impresa ripugnante anche ai sultani barbareschi ed una manifesta violazione del diritto pubblico europeo” dovette rimangiarsi tutto sotto il ricatto di chi sbraitava più forte.

Iniziano da questo momento quella serie di trattative sempre respinte che hanno per scopo l’occupazione di Roma; il pretesto, come si è detto, è sempre il medesimo: i disordini in città, che in verità non avvengono, come sono buoni testimoni gli osservatori stranieri presenti nell’Urbe.

L’8 settembre una lettera di Vittorio Emanuele diretta a Pio IX chiede l’occupazione pacifica della città; la risposta del Papa (del giorno 11) non poteva che essere negativa stante la sua assurdità. La maschera grottesca dei liberatori era caduta: un forte contingente di truppe italiane è già stato dislocato lungo le frontiere e Vittorio Emanuele ordina l’assalto del territorio pontificio.

Capo dell’esercito italiano è Cadorna coadiuvato dal gen. Maze de la Roche, Cosenz, Ferrero, a lui si aggiunge Bixio. I militari occupano il 12 Orte, il giorno 15 Bixio assale Civitavecchia; costatata l’impossibilità di difendere le province a causa della grande disparità di forze, il gen. Kanzler decide di concentrare tutte le sue forze su Roma. Si hanno nei giorni successivi proposte di resa da parte di Cadorna, respinte con alto senso di dignità e del dovere dal Kanzler.

Piccoli scontri avvengono tra gli avamposti, mentre la città è tranquilla; la popolazione, infatti, è incuriosita piuttosto che inquieta, diranno gli emissari di Cadorna. Il conte Ponza di S. Martino racconta, meravigliato, delle acclamazioni che alle cerimonie per l’Acqua Marcia, per l’Ara Cœli e la Scala Santa tributa a Pio IX, il quale si mostrava convinto che gli italiani non sarebbero entrati in Roma; ma quando si seppe che la città era circondata dalle artiglierie pronte a far fuoco, invio la nota lettera al gen. Kanzler con l’ordine di non resistere ad oltranza nella difesa, bensì una protesta atta a costatare la violenza e nulla di più.



L’onta del XX settembre

Il generale Cadorna riceve l’ordine di impadronirsi di Roma con la forza, fatta salva la città Leonina. Alle cinque e dieci le prime cannonate giungono a percuotere la barriera dei Tre Archi, Porta Maggiore, Porta Pia, in seguito il fuoco diretto verso più punti delle mura viene fatto convergere su Porta Pia.

Alle 7.20 la breccia è aperta e poco dopo resa praticabile all’assalto. Subitaneo l’attacco delle fanterie italiane presto contrastato dai difensori che hanno un buon gioco perché protetti dalla cinta muraria. L’intensa fucileria si protrae ininterrottamente sino alle 9.30 circa, quando gen. Kanzler costata l’impossibilità di una difesa ad oltranza, ma soprattutto in conformità agli ordini ricevuti dal Sovrano, decide per la resa.

Viene dato l’ordine di innalzare in più punti la bandiera bianca: di ciò ne approfittano le truppe italiane che invece di arrestarsi come è nella prassi, occupano le posizioni pontificie. Alle 10.30 il combattimento è finito pressoché dappertutto; fanno eccezione i cannoni di Bixio, per cui la bandiera bianca issata sulla porta S. Pancrazio e su S. Pietro, il quale ebbe a scusarsi col dire di non averla veduta; così come fece il Cialdini ad Ancona dopo che il gen. de la Moriciere si era arreso a Persano.

Secondo più testimonianze si hanno violenze, spoliazioni, atti vandalici contro i militari pontifici che vengono sospinti coi calci dei fucili, privati delle loro decorazioni, dei cavalli, degli effetti personali in una città in preda al caos più completo provocato anche dal giungere di tanti ed improvvisati patrioti, che nessuno conosce, facili al saccheggio, all’oltraggio, anche verso i religiosi.

Le due delegazioni, quella pontificia guidata dal Kanzler, e quella italiana dal Cadorna, si incontreranno a Villa Albani per la resa, accettata per ragioni di forza.

Il mattino del giorno 21 il Papa alle 10,45 impartisce alle truppe radunate in piazza S. Pietro l’ultima benedizione in lacrime, quasi sorretto dai suoi prelati. I militari cui fu riconosciuto l’onore delle armi saranno passati in rassegna dai loro comandanti, indi condotti in prigionia verso le fortezze di Alessandria, Verona, Mantova, Peschiera.

Anche questa volta - la cosa si era ripetuta dieci anni prima per i reduci di Castelfidardo - il viaggio avviene tra gli insulti della teppaglia e le scorrettezze gratuite dei militari italiani. Tra la fine di settembre e il 15 ottobre tutti i militari rientreranno alle loro sedi, fatta eccezione per quei pochissimi che accetteranno di far parte dell’esercito italiano.



Conclusione

Questi i fatti militari in estrema sintesi; ma non si può trascurare ciò che le cronache d’allora hanno consegnato alla storia: la partecipazione alla crociata fu del fiori fiore del cattolicesimo e delle famiglie nobili di tutta Europa e non solo, si pensi ai canadesi e agli americani. Accorsero i giovani, infiammati dall’azione dei comitati e dei sacerdoti che inneggiavano alla difesa di Roma quale novella Gerusalemme minacciata dagli “infedeli” di quel tempo, massoni, rivoluzionari, atei delle diverse colorazioni. Accorsero i rappresentanti, assai meno giovani, di grandi famiglie offrendo il loro braccio, già valoroso in altre battaglie, il loro danaro; sì, “legittimisti, e retrogradi” come si sbraitava anche in quel medesimo tempo, ma pur fieri di andare a difendere una causa “santa”, cioè disposti a sacrificare il bene della vita per un bene supremo, senza alcuna contropartita se non l’orgoglio di quella “santa causa”.

Il momento storico stava cambiando radicalmente, altri ideali si profilano, le autorità costituite da secoli addietro subiscono attacchi da più parti, l’ideale religioso non è indenne da questa prova; ma proprio per questo ancor più meritevoli sono coloro che vi si consacrarono.

Perdurano a tutt’oggi pregiudizi e stereotipi inutili, frutto della propaganda del vincitore, che poco obbiettivamente ingiuria, non riconoscendo le motivazioni ideali di coloro che gli si oppongono. Non si può tacere la connivenza di certa storiografia, che dopo oltre un secolo non riesce a liberarsi dal controllo ideologico, venendo meno a quell’onesta intellettuale che dovrebbe caratterizzare gli uomini liberi. Piero Raggi

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L'ultima modifica di Heritage il Mer Apr 25, 2007 6:31 pm, modificato 1 volta
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20 settembre: cattolici o brecciaioli?

Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza

Ricordiamo gli eroi pontifici caduti il 20 settembre 1870 per difendere Roma e il Papa Re Pio IX.

Ci avviciniamo alla data del 20 settembre, anniversario dell’occupazione di Roma da parte delle truppe rivoluzionarie. Ogni anno a Roma il Grande Oriente d’Italia, il Partito Radicale e altri gruppi anticlericali celebrano pubblicamente la presa di Porta Pia: sono gli eredi dei “brecciaioli”, come venivano chiamati dai Romani, in modo ironico e dispregiativo, i cd. liberatori.
Da parte nostra invitiamo le associazioni e le singole persone a impegnarsi per ricordare pubblicamente, nelle diverse città, i caduti pontifici, attraverso comunicati stampa, lettere ai giornali, eventuali interventi in ambito istituzionale (comuni, province, regioni) da parte di consiglieri amici, deposizioni di corone, incontri pubblici, ecc.

Riteniamo sia importante mantenere viva la memoria storica relativa ai 15.000 giovani volontari dell’esercito di Pio IX, accorsi da tutta Europa, e persino dagli altri continenti, per difendere la Chiesa dall’assalto massonico; i soldati del Papa Re, che si distinsero sui campi di battaglia per il valore e il coraggio, furono poi infamati dalla propaganda risorgimentale con l’epiteto di mercenari e dimenticati dalla storiografia ufficiale.

Per documentarsi sull’argomento, in commercio è possibile trovare i seguenti testi:
- Piero Raggi, La Nona Crociata. I volontari di Pio IX in difesa di Roma (1860-1870), II edizione, Libreria Tonini, Ravenna 2002, pagg. X-240, euro 40,00. Contiene numerose fotografie d’epoca e documenti.
- Lorenzo Innocenti, Per il Papa Re. Il Risorgimento italiano visto attraverso la storia del reggimento degli Zuavi Pontefici - 1860/1870, Casa Editrice Esperia, pagg. 140, euro 45,00. Anche questo libro contiene molte fotografie, oltre a delle tavole con uniformi e mappe delle battaglie.
- Keyes O’Clery Patrick, La rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, Edizioni Ares, Milano 2000, pagg. 780, euro 24,79. E’ il diario di un universitario irlandese che si arruolò negli Zuavi; partecipò alla battaglia di Mentana e alla difesa di Roma.
- Ch. Edmond Rouleau, Gli Zuavi Pontifici, Centro culturale San Giorgio, Ferrara 2005, pagg. 54, euro 5,00. Opuscolo divulgativo.
- Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994, pagg. 868. L’autore era un colonnello del R. Esercito italiano e quindi l’impostazione dell’opera è risorgimentale, tuttavia il libro è interessante per la numerosa documentazione raccolta e per le tavole a colori con tutte le uniformi dell’esercito pontificio.

Breve documentazione sull’esercito pontificio di Pio IX e sul 20 settembre 1870

1) I caduti papalini del 20 settembre 1870
Prima della resa imposta da Pio IX, il 20 settembre 1870, durante la difesa di Roma, i pontifici recarono numerose perdite all’esercito invasore: tra gli ufficiali 4 morti e 9 feriti, tra la truppa 45 morti e 132 feriti.
I papalini, invece, registrarono 19 morti, deceduti il 20 settembre 1870 e nei giorni successivi in seguito alle ferite, e 68 feriti. Ecco l’elenco dei caduti secondo il Vigevano (altri autori, come Keyes O’Clery, riportano un numero minore di caduti, perché non calcolano alcuni decessi avvenuti negli ospedali dopo il 20 settembre) :
Zuavi:
Sergente Duchet Emilio, francese, di anni 24, deceduto il 1 ottobre.
Sergente Lasserre Gustavo, francese, di anni 25, deceduto il 5 ottobre.
Soldato de l’Estourbeillon, di anni 28, deceduto il 23 settembre.
Soldato Iorand Giovanni Battista, deceduto il 20 settembre.
Soldato Burel Andrea, francese di Marsiglia, di anni 25, deceduto il deceduto il 27 settembre.
Soldato Soenens Enrico, belga, di anni 34, deceduto il 2 ottobre.
Soldato Yorg Giovanni, olandese, di anni 18, deceduto il 27 settembre.
Soldato De Giry (non si hanno altri dati).
altri tre soldati non identificati, deceduti il 20 settembre.
Carabinieri:
Soldato Natele Giovanni, svizzero, di anni 30, deceduto il 15 ottobre.
Soldato Wolf Giorgio, bavarese, di anni 27, deceduto il 28 ottobre.
Dragoni:
Tenente Piccadori Alessandro, di Rieti, di anni 23, deceduto il 20 ottobre.
Artiglieria:
Maresciallo Caporilli Enrico, italiano, deceduto il 20 ottobre.
Soldato Betti, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Curtini Nazzareno, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Taliani Mariano, di Cingoli, di anni 29, deceduto il 20 settembre.
Soldato Valenti Giuseppe, di Ferentino, di anni 22, deceduto il 3 ottobre.
(Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994, pagg. 672-673; nel testo del Vigevano i nomi di battesimo sono stati italianizzati).

2) Paesi d’origine degli ufficiali e della truppa nel primo semestre del 1870
… Metà all’incirca di questa forza era italiana, l’altra metà era formata da individui di diverse nazionalità: la Francia vi figurava con circa 3000 uomini, il Belgio con 700 uomini, l’Olanda con circa 900, la Germania e l’Austria con 1200, la Svizzera con 1000, il Canada con 300; vi erano poi inglesi, russi, spagnoli, portoghesi, americani del nord; si aggiunsero infine le così dette rarità rappresentate da 3 turchi, 4 tunisini, 3 siriaci, un marocchino, 2 brasiliani, un peruviano, un messicano; l’estremo artico della terra v’era raffigurato da 2 svedesi del capo nord e l’estremo sud da un nativo della Nuova Zelanda (tutti di fede cattolica).
(A. Vigevano, op.cit., pag, 123)

3) Paesi d’origine relativo al solo Corpo degli Zuavi Pontifici nel secondo semestre 1870

… Quando il 21 Settembre 1870 il reggimento si trovò per l’ultima volta riunito a piazza San Pietro, nei suoi ranghi militavano: 1.172 olandesi, 760 francesi, 563 belgi, 297 tra canadesi – inglesi irlandesi, 242 italiani, 86 prussiani, 37 spagnoli, 19 svizzeri, 15 austriaci, 13 bavaresi, 7 russi e polacchi, 5 provenienti dal Baden, 5 degli Stati Uniti, 4 portoghesi, 3 essinai, 3 sassoni, 3 wuttemburghesi, 2 brasiliani, 2 equadoregni, 1 peruviano, 1 greco, 1 monegasco, 1 cileno, 1 ottomano, 1 cinese.
(Lorenzo Innocenti, Per il Papa Re. Il Risorgimento italiano visto attraverso la storia del Reggimento degli Zuavi Pontifici – 1860/1870, Esperia Editrice, Perugia 2004, pag. 27).

4) L’esercito pontificio in gran parte italiano. I romani a difesa di Pio IX
In più luoghi del citato libro del generale Cadorna si dice che il Papa era schiavo della volontà dei capi delle sue truppe estere. Ebbene: chi comandava la zona militare di Trastevere e della Città Leonina? Il colonnello Azzanesi, romano. Chi comandava il forte S. Angelo? Il tenente colonnello Pagliucchi dello stato maggiore di piazza, romano. Chi comandava la sotto zona da Porta Portese a Porta S. Pancrazio (Trastevere)? Il tenente colonnello dei Cacciatori cav. Sparagana, frosinonese. Chi comandava la sotto zona da porta S. Pancrazio a Porta Angelica? (in questo perimetro è compreso il Vaticano) Il tenente colonnello di linea cav. Zanetti, bolognese. Quali truppe guernivono la zona Azzanesi?
I difensori della zona era presidiato dai sedentari (veterani) quasi tutti italiani; il Vaticano e la persona stessa del Sommo Pontefice erano tutelati da una sezione d’artigliera nei giardini, dai Volontari di riserva e dalle Guardie Palatine, cioè da tutti romani, più la Guardia Nobile e Svizzera. Ecco la pretesa schiavitù di Pio IX durante l’assedio del 1870! Ma ecco, a maggior rincalzo, la situazione ufficiale dell’esercito pontificio in data 18 settembre 1870:
Gendarmi 1.863 tutti italiani, molti romagnoli.
Artiglieria 996 tutti italiani, eccettuati ben pochi.
Genio 157 tutti italiani, non pochi romani.
Cacciatori 1.174 tutti italiani, moltissimi romani.
Linea 1.691 tutti italiani, molti romani.
Zuavi 3.040 esteri, con un buon numero d’italiani, fra cui non pochi romani.
Legione Romana o d’Antibo 1089 con molti italiani, specialmente di Corsica e Nizza, e molti savoiardi.
Carabinieri esteri 1.195 con un certo numero di italiani.
Dragoni 567 quasi tutti italiani, non pochi romani.
Treno 166 tutti italiani, non pochi romani.
Sedentari (Veterani) 544 in maggioranza italiani.
Infermieri 119 italiani, meno pochi esteri.
Squadriglieri 1.023 tutti italiani, e, nella maggior parte della provincia romana.
Totale 13.624. Gli italiani superavano di circa quattromila gli esteri.
A questo quadro dell’esercito, dirò così, di linea, sono da aggiungersi anche i seguenti Corpi, i quali, quantunque addetti a servizi speciali, avrebbero concorso (e concorsero difatti in più incontri) all’azione militare attività:
a) Guardia Nobile di Sua Santità, tutta formata di gentiluomini dello Stato Pontificio; in circa 70 uomini, comandati dai due Principi romani, un Barberini ed un Altieri.
b) La Guardia Palatina d’onore, circa 500 uomini, reclutata in tutte le classi della borghesia romana e tra i proprietari, i negozianti e capi d’arte.
c) I Volontari Pontifici di riserva, tutti italiani, anzi quasi tutti romani; circa 400 uomini tra cui molti patrizi, e poi negozianti, impiegati e professionisti. Era un battaglione formato da 4 compagnie, comandato dal capitano Fischietti del 1. linea. I quattro capitani erano i principi di Sarzina e Lancellotti, il Duca Salviati e il Marchese Giovanni Naro Patrizi Montoro, Vessillifero ereditario (tenente generale) di Santa Chiesa.
d) La Guardia Svizzera (120 uomini, circa).
e) Gl’Invalidi, con quartiere ad Anagni.
f) La compagnia di disciplina, che, ottenute dal comandante Papi le armi, si battè eroicamente insieme ai zuavi, gendarmi e finanzieri nel fiero attacco dato dal Cadorna a Civitacastellana.
La Guardia di polizia, la piccola marina, il corpo di finanza e quello degli ufficiali di amministrazione, composti tutti d’italiani. E questi quattro corpi presero attivissima parte alle campagne del 1867 e 1870, e gli ultimi due anche campagne e fatti d’armi del 1859 e 1860.
(Antonmaria Bonetti, Venticinque anni di Roma capitale d’Italia e i suoi precedenti, Libreria della Vera Roma, Roma 1895, parte II, pagg. 42-45).

5) Le violenze, i furti e gli omicidi commessi dai “liberatori” a Roma dopo il 20 settembre 1870

Numerose bande di malfattori percorrevano le vie di Roma, armati di bastoni, di pistole e fucili, tolti ai militari prigionieri; e assalivano i soldati pontifici che trovavano isolati, li insultavano, li ferivano, e alcuni ne uccisero, dividendosi dopo tra loro le spoglie. Due cappellani militari, che, scortati dai soldati italiani, accompagnavano in una vettura un zuavo moribondo, furono assaliti e percossi insieme allo zuavo stesso presso la fontana di Trevi. Altri sacerdoti furono nello stesso modo assaliti e percossi, malgrado la croce di Ginevra che portavano sul braccio, e che, per le leggi di guerra, dovevano renderli intangibili. Un zuavo tedesco fu preso, e quei cannibali gli cavarono gli occhi (episodio confermato dalla Voix du Tyrol del 17 ottobre 1870). Lo zuavo Delva, che fu trovato malato di vaiolo nella caserma di S. Marta, fu lasciato per 48 ore su un pagliericcio con pane e acqua, poi fu mandato all’ospedale, e per strada, le bande dei “patrioti” lo assalirono, lo percossero barbaramente e gli bruciarono il viso con dei sigari accesi.
La mattina del 21 una commissione, incaricata dai nuovi venuti, si presentò alle carceri per aprire le porte ai detenuti politici. Moltissimi ladri e assassini condannati ai lavori forzati afferrarono questa occasione, e dandosi il pomposo nome di detenuti politici, poterono tornare a vedere le stelle. Quel giorno quindi Roma aveva un nuovo spettacolo; aveva i galeotti vestiti ancora degli abiti dell’infamia, che passeggiavano le vie, portati in trionfo dalle bande dei “patrioti”, dei quali venivano ad ingrossare le file.
Si è detto anche che il giorno 21 una suora di carità fu gettata nel Tevere, insieme con due feriti che accompagnava e che un gesuita fu ucciso insieme con zuavo ferito; ma questi fatti non sono abbastanza provati, e noi non li diamo come certi. Certo è che in via dell’Umiltà, in Piazza della Rotonda e altrove furono uccisi varii soldati trovati isolati.
Un prigioniero fu tolto di mano ai soldati italiani e fu ucciso. Uno squadrigliere, inseguito dai “patrioti”, fu ucciso da un bersagliere con una fucilata. Un tale Alessandrini impiegato delle carceri, fu lapidato. Due squadriglieri furono gettati nel Tevere e annegati. Vari cadaveri di zuavi furono insultati e mutilati; ad uno furono tagliate le braccia; nel sangue di altri furono inzuppati dei fazzoletti che poi portavano trionfalmente attaccati a dei bastoni per le vie di Roma. Un’orda di “patrioti” portava in processione un’asta coperta con gli abiti di un zuavo e sormontata da una testa tagliata ad un cadavere sulla breccia di Porta Pia. (…) Gli ebrei del Ghetto che si presentavano gentilmente a far da guida ai “patrioti”, rubarono quanto poterono, e poi compravano dagli altri ladri la roba rubata all’uno per cento del valore reale. (…)
Nelle botteghe sul Corso furono spezzati i ritratti di Pio IX. Nel tempo stesso i “patrioti”, portando dei fasci di bandiere tricolori, si presentavano alle case col pugnale in mano, e ordinavano di metterle fuori dalle finestre. Quindi facevano sapere, che la sera si doveva fare l’illuminazione. E se alcuno tentava di mostrarsi indipendente, ne riceveva insulti, minacce e sassate nelle finestre. (…)
Un prete tedesco fu minacciato e insultato. Un mascalzone gli sputò in viso, dicendo: “questo è per te, maledetto prete!”. Un cappellano, l’abate Fischer, fu salvato dai soldati mentre era sul punto di essere gettato nel Tevere. (…) E non basta ancora. Quelle bande di “patrioti” percorrevano le vie di Roma gridando: “Viva Garibaldi! Viva Mazzini! Viva la Repubblica! Viva l’Italia una! Abbasso il Papa! Morte ai preti! Morte a Gesù Cristo!”. Fa orrore, ma pure è necessario che la storia registri anche questi fatti, affinché i posteri sappiano chi erano i nemici del potere temporale. (…)
I Romani, dal canto loro mostravano ben poco entusiasmo pei liberatori; però vi fu qualcuno, anche a Roma, che si mostrò contento dell’invasione; vi furono, se non altro, gli ebrei, che mandarono una deputazione a ringraziare il generale Cadorna, che aveva distrutto il potere temporale del Papa.
(A.Bonetti, op. cit., parte seconda, pagg. 146-155).

6) Venti settembre 1870

… In città i cappellani furono impegnati tutta la notte a confessare gli uomini che si preparavano serenamente a una morte che credevano pressochè inevitabile, poiché tutti prevedevano una resistenza a oltranza contro nemici sei volte superiori, in una lotta che sarebbe iniziata sulle mura e proseguita casa per casa. (…) Nel corso delle prime Messe, celebrate prima dell’alba in vari punti sotto le mura, ufficiali e soldati ricevettero la santa Comunione. (…)
La bandiera bianca non fu rispettata dagli Italiani, né sulla breccia, né a Porta Pia. Sulla breccia il nemico avanzò, sparando su uomini indifesi, che avevano deposto le armi. (…) Anche a Porta Pia gli Italiani avanzarono sparando e, appena entrati, uccisero due Zuavi, che, come tutti gli altri, erano appoggiati ai propri Remington. Un ufficiale dei bersaglieri fece fuoco contro il tenente Van der Kerckhove, ferendolo al collo di striscio. Un altro ufficiale, pistola in mano, aggredì il capitano de Coussin e gli strappò le medaglie di Castefidardo e Mentana dal petto. I soldati, seguendo l’esempio degli ufficiali, inveirono contro i prigionieri (…)
Mentre la resistenza cessava a Porta Pia, la bandiera bianca veniva issata su tutta la linea del fronte. Essa fu rispettata da Ferrero e Angioletti, ma per un’altra mezz’ora, dopo che la bandiera bianca era stata issata sulle mura di Trastevere, e tutti cannoni nemici tacevano, Bixio continuò il bombardamento. Non c’era nulla di nuovo in questa prassi dell’esercito italiano, giacché ad Ancona, nel 1860, Cialdini e Fanti avevano continuato a sparare molte ore sulla bandiera bianca. (…)
Secondo le leggi di guerra, durante i negoziati della resa, entrambe le parti erano obbligate a mantenere le posizioni raggiunte; le truppe italiane, però, infischiandosene di ogni legge o regolamento, entrarono in città, nonostante le rimostranze degli ufficiali degli Zuavi. Le compagnie egli Zuavi al Pincio, a Porta Salaria, alla breccia e a Porta Pia, furono circondate, fatte prigioniere disarmate. (…). Gli Italiani penetrarono in città da diverse posizioni, ovunque accompagnati da una torma di teppisti, accorsa da tutte le parti d’Italia per irridere e maltrattare i prigionieri, nonché approfittare dei disordini che sicuramente sarebbero seguiti alla presa di Roma. Il comportamento dei Romani nei confronti degli Zuavi prigionieri fu molto diverso da quello degli invasori e dei loro seguaci. (…) Non si udì una sola parola di offesa o di disprezzo, ma, al contrario, si udirono parole di simpatia e di incoraggiamento (…). Per completare “l’unità d’Italia” restava solo la farsa dell’ennesimo plebiscito.
Con le truppe italiane erano entrati in città quattro o cinquemila civili, tra uomini e donne, che, autoproclamandosi “esuli romani”, avevano seguito la marcia degl’invasori. (…).“Roma”, scriveva La Nazione, giornale liberale di Firenze, “è stata consegnata res nullius a tutti i promotori di disordini e di agitazioni, a tutti gli approfittatori politici di professione, a coloro che amano pescare nel torbido, ai bighelloni di cento città italiane”. “Si potrebbe pensare”, aggiungeva il giornale, “che il governo voglia fare di Roma il ricettacolo della feccia di tutta Italia”. A questa schiera di indesiderati immigrati si unì il gruppetto di ultrà liberali che si trovava a Roma, e la massa vilipese le truppe pontificie a Porta Pia, al Pincio, a Piazza Colonna, assalì i preti e insultò i soldati, ferendone diversi, e addirittura uccise tre squadriglieri. I Romani si tenevano lontano da questa marmaglia, e non presero parte alcuna alle loro gesta.
(I caduti pontifici furono) in tutto 16 morti e 53 feriti. In questa somma non sono compresi i soldati isolati che furono assassinati dalla teppa garibaldina le sere del 20 e 21 settembre (…).“Modesti e coraggiosi” scriveva il 26 settembre la Soluzione, un giornale liberale di Napoli, “fecero brillare il proprio dovere da eroi. La difesa di Roma fu coraggiosa e brillante. Erano decisi a morire fino all’ultimo uomo in difesa delle mura, se il Santo Padre non avesse ordinato loro di arrendersi”; e aggiungeva che, da questo, “la gente giudicherà la barbarie, l’infamia e la viltà di coloro che li inseguirono dopo l’ingresso delle nostre truppe, dando loro la caccia come a dei lupi”.
(Patrick Keyes O’Clery, La Rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, ed. Ares, Milano 2000, pagg. 707-716).

7) L’ultimo saluto dei soldati pontifici al Papa Re Pio IX, a piazza san Pietro il 21 settembre 1870

… Era già suonata l’assemblea e stavamo in sulle righe, quando alcune voci dal centro della piazza gridarono: il Papa, il Papa. In un momento cavalieri e pedoni, ufficiai e soldati, rompono le file corrono verso l’obelisco, prorompendo in un grido turbinoso ed immenso di Viva Pio IX, Viva il Papa Re! misto a singhiozzi, gemiti e sospiri. Quando poi il venerato Pontefice, alzatele mani al Cielo, ci benedisse, e riabbassatele, facendo cenno un gesto come di stringersi tutti al suo cuore paterno, e quindi, sciogliendosi in lacrime dirotte, si fuggì da quel balcone per non potere più sostenere la nostra vista, allora si che veruno più potè far altro che ferire le stelle con urla, con fremiti ed esecrazioni contro coloro che erano stati causa di un tanto cordoglio all’anima di un si buon padre e sovrano …
(A.Bonetti, op. cit., seconda parte, pagg. 74-75)

8) Le due Rome
… Vi ha la Roma vecchia e la Roma nuova. Vi ha la Roma dei Papi e la Roma dei framassoni. Vi ha la Roma che prega e quella che bestemmia; la Roma dei martiri e quella dei tiranni; la Roma benedetta e quella maledetta. Vi ha la Roma di granito e la Roma di cartapesta; la Roma eterna e quella che, nata ieri, non è certa di vedere il domani. Via ha la Roma di Cristo e la Roma dell’Anticristo.
(Gaetano Zocchi, sj, Le due Rome. Dieci anni dopo la Breccia, Tip. Giachetti, Figlio e C., Prato 1881, pag. .

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Al clangore di trombe guerriere
Del più grande dei Regi al cospetto,
Del Soldato s'accende il pensiere,
Del Soldato rinfiammasi il cor.
E sublime s'innalza dal petto
La canzone di fede e di onor.

La Corona che il capo ti cinge
Noi giurammo protegger col brando,
E del giuro che tutti ci stringe
O Signore, terremo la fè.
Sull'arena dei forti pugnando
Noi siam pronti a morire per te.

Re dei Regi, Vicario del Dio,
Che ti guida fra tanta procella,
Il prodigio che n'offri, o gran Pio,
Tutto il mondo spiegare non sa.
Tosto sorgere in cielo la stella
Tutto il mondo stupito vedrà.

Passeranno la terra ed il cielo
Ma di Dio, no, non passa l'accento,
Della Sposa il santissimo velo
No, l'Eterno squarciar non farà:
Ad un guardo ad un soffio a un accento,
La falange d'abisso cadrà.

VIVA PIO! dal mare e dal monte
Sorga il grido dei figli fedeli,
La Corona che cinge sua fronte
Non si strappa... la regge il Signor:
Chi resiste al Monarca dei Cieli?
Cosa è l'uomo d'innanzi al Signor?



Tratto da: Piero Raggi, “La Nona Crociata. I volontari di Pio IX in difesa di Roma (1860-1870)”, II edizione, Libreria Tonini, Ravenna 2002.

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Calice offerto a Pio IX dagli zuavi pontifici canadesi

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L'ultima modifica di Torquemas il Ven Mag 04, 2007 1:57 pm, modificato 1 volta
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