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Ultimo Urlo - Inviato da: Tergestinus - Martedì, 09 Febbraio 2010 00:59
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| San Cirillo d'Alessandria, Vescovo e Dottore
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Mer Gen 09, 2008 2:56 pm |
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Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 3/08 del 9 gennaio 2008, San Giuliano
La gobba di Porta Pia
Da sempre i massoni e gli anticlericali ricordano i cosiddetti “eroi” del risorgimento e festeggiano la caduta del potere temporale dei Papi (cfr documento n. 1 e n. 2).
Ora anche la rivista 30 Giorni, diretta da Giulio Andreotti e vicina a Comunione e Liberazione, invoca la proclamazione del 20 settembre come festa nazionale (cfr documento n. 3).
La proposta, che è stata ripresa il 30.11.2007 da Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, ha ricevuto il plauso dai massoni del Grande Oriente d’Italia (doc. n. 4).
Per approfondire le deviazioni dottrinali del democratismo cristiano, ricordiamo le relazioni svolte da don Ricossa al seminario di studi: “Il movimento cattolico: dal Papa-Re alla Balena Bianca”:
http://www.cattolicesimo.eu/index.php?pid=209
Doc. n. 1 - Nel Duemila un nuovo significato della Festa della Massoneria italiana
A che serve ricordare il XX Settembre ? Molti pensano che sia un’occasione folkloristica e un pò patetica per dar corpo ai fantasmi dell’anticlericalismo, ormai inesistenti nell’Italia del 2000. Se così fosse, anche noi dovremmo onestamente ripiegare le bandiere e restare a casa. In fondo, il 1870 è lontano... Eppure, nel nostro Paese - un Paese fatto di cattolici apparenti e di materialisti reali, nel quale l’ipocrisia religiosa del perdonismo e del buonismo ha distrutto l’etica austera della responsabilità - oggi come non mai è necessaria la voce del pensiero laico. Un pensiero che faccia appello al coraggio delle proprie opinioni, alla forza analitica della ragione, al dovere civico, al rispetto dell’altro, ad un sentimento di umanità che discende dalla percezione inesorabile dei nostri limiti individuali. Sono idee inattuali? Forse, ma non ci importa. Se l’Italia vuole essere un grande Paese dell’Occidente, prima o poi dovrà tornare alle sorgenti della cultura laica, che nella divisione di funzioni e di responsabilità fra la Chiesa e lo Stato trova uno dei suoi storici e più straordinari fondamenti. Il Vaticano può anche beatificare un papa-re; la televisione, di Stato e non, può pure diventare l’organo ufficioso della Curia; ma la logica della modernità e del progresso, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia, in Germania, conduce in altra direzione. Per ricordare questo, e non certo per alimentare le immagini di un passato talora volgarmente anticlericale che sta ormai dietro di noi, vale la pena, il XX Settembre, ritrovarsi, stringersi la mano, riconoscersi come Fratelli.
Il Gran Maestro Gustavo Raffi, Villa Il Vascello, Roma, 20 settembre 2000
Doc. n. 2 - Viva Viva il XX Settembre. Nel Duemila un nuovo significato della Festa della Massoneria italiana
( c . l .) Cosa fa sì che la storia d’Italia venga riscritta cancellando tra le righe quelle poche verità che finora avevano tenuto vivo l’amor patrio del nostro Paese?
Quant’è strana la nostra Nazione, che tutto il mondo apprezza e che noi stessi, figli ingrati di storico ardore, dimentichiamo, rivendicandola solo innanzi alla disputa di calcio od alla corsa di una rossa di metallo. Che forse sia rimasto solo questo dello spirito italico dei nostri Padri? E chi erano quei Mazzini, Garibaldi, per citare solo “alcuni”, che impegnarono la loro vita a parlare di Italia ed Italiani? Che stia già sbiadendo il loro nome? Forse, fra qualche anno, nessuno rievocherà i loro onori e dovremo essere certi che saremo noi stessi, loro figli, i responsabili dell’oblio dei valori democratici per noi conquistati.
Eppure, già all’indomani della Breccia di Porta Pia, la Massoneria del Grande Oriente d’Italia non mancò mai di celebrare - fatto salvo il periodo fascista - la ricorrenza del XX Settembre, la data simbolo della costituzione dello Stato unitario che i Fratelli italiani, col passare di lustri e decenni, continuarono a rispettare, sebbene soli, talvolta perfino derisi, e nonostante nemici del tempo che ostacolava il loro disegno: quello di tenere vivo il fuoco sacro della libertà contro ogni forma di arroganza e prevaricazione.
E quando all’inizio del terzo millennio, dopo tanti illuminati discorsi, si fu persuasi di aver ormai intrapreso la strada della comprensione, della solidarietà e del rispetto, ci si accorse invece della difficoltà di quel cammino e del pericolo imminente del trionfo di quella arroganza che, in Italia, come altrove, si manifesta mascherata in mille volti e colpisce indiscriminatamente i diritti legittimi di ogni libertà.
Ma nell’anno 2000, la Massoneria del Grande Oriente d’Italia è ancora ferma a quell’antico proposito e sarà a Porta Pia, come all’indomani di quella fatidica data, orgogliosa di aver sempre mantenuto la memoria dei Padri, e questa volta non più sola ma unita alle coscienze democratiche del Paese, finalmente destatesi dal loro torpore, per onorare quanti hanno impegnato la loro vita ai valori democratici di tutti i popoli, perché il ricordo del sacrificio rimanga indelebile nelle pagine della storia come monito per il futuro dell’Umanità.
(Fonte: http://www.grandeoriente.it/notizie/erasmonotizie/2009.pdf )
Doc. n. 3 - Tracce di storia. Per sano amor di patria, senza trionfalismi da una parte e con sincera letizia dall’altra, il 20 settembre potrebbe essere proclamato festa nazionale del Risorgimento unitario, di Benedetto Cottone
(…) Per molti anni infatti la Chiesa cattolica è rimasta convinta di aver subìto una iniquità con la perdita del potere temporale, e che quell’evento sia stato per essa una «traversia», e dunque necessarie e giuste le proteste. Ma a togliere la maschera a quella «traversia» e a farla apparire «opportunità» provvede proprio un Papa: Giovanni XXIII, il quale, in occasione del centenario dell’unità d’Italia, nel 1961, benedice l’evento e parla di un disegno della Provvidenza «motivo di esultanza sulle due rive del Tevere». L’anno successivo è il cardinale Giovanni Battista Montini, che diverrà poi papa Paolo VI, ad affermare in Campidoglio che: «La Provvidenza, quasi giocando drammaticamente negli avvenimenti, tolse al papato le cure del potere temporale perché meglio potesse adempiere la sua missione spirituale nel mondo».
Viene così riconosciuto autorevolmente che il 20 settembre ha sollevato la Chiesa da un peso non più sostenibile. Infatti, se la Chiesa avesse continuato a esercitare il potere temporale, come avrebbe potuto mai dare delle risposte alle richieste che fatalmente avrebbe avanzato la coscienza del mondo moderno? Risposte che possono essere date soltanto con le riforme? Come avrebbe potuto mai un papa capo temporale deliberare di concedere “la libertà di insegnamento”, “la libertà di coscienza”, “la libertà di culto religioso”? E tante altre leggi che ormai sono in vigore in tanti Stati del mondo?
La Chiesa, del resto, non poteva non avvertire lo spirito dei tempi nuovi e infatti ha agito prontamente in conseguenza: il Concilio Vaticano II ha annullato il Sillabo con tutte le sue 80 proposizioni, una delle quali condannava la libertà di discussione, e oggi la Chiesa cattolica è «la Chiesa del dialogo»; c’è stato persino un cattolico militante, padre Balducci, che ha proposto alla Chiesa addirittura riti di espiazione per il «secolare errore del potere temporale».
Sono passati 137 anni e, con la conciliazione tra Stato e Chiesa, è evidente che non è tanto lo Stato che garantisce la libertà della Chiesa, quanto piuttosto la Chiesa che riconosce la libertà, l’autonomia e la laicità dello Stato. E allora è cosa giusta che, per sano amor di patria, senza trionfalismi da una parte e con sincera letizia dall’altra, il 20 settembre venga proclamata festa nazionale del Risorgimento unitario.
(Da 30 Giorni, Anno XXV, n. 10, ottobre 2007)
Doc. n. 4 – Raffi (GOI), Porta Pia festa nazionale? Passo avanti dei cattolici
ROMA - "Un coraggioso passo in avanti che connota addirittura una presa di coscienza da parte dell'autorità ecclesiale nella latitanza dell'autorità civile". Con queste parole il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia Gustavo Raffi commenta all'ADNKRONOS la proposta lanciata del mensile '30Giorni', diretto da Giulio Andreotti, e rilanciata dall'Avvenire, il quotidiano che ha raccolto autorevoli pareri favoreli a riguardo, di fare dell'anniversario della breccia di Porta Pia nel 1870 la giornata dell'Unità d'Italia. "Ritengo che riconoscere che il Risorgimento costruisce un valore fondante nazionale - osserva - sia un grande passo in avanti e sia un riallacciare i fili su quella linea moderna che nella Chiesa di Roma fu interpretata da Paolo VI".
"E' molto interessante - prosegue Raffi - Direi che segna una svolta di un determinato mondo. Sotto certi versi costituisce anche una riabilitazione di tutti quei sacerdoti o comunque religiosi che scelsero di combattere per la causa nazionale, sapendo distinguere tra i valori spirituali che incarnavano e l'appartenenza a un'organizzazione ecclesiale che aveva impostato sul potere temporale le ragioni della sua presenza nel nostro paese". "Paolo VI per noi ha rappresentato un uomo tormentato - spiega il Gran Maestro - vicino ai grandi dell'umanità, e sotto questo profilo è più vicino alla visione dell'uomo che noi abbiamo. D'altra parte ritengo che la distinzione tra laici e credenti sia errata, in quanto la distinzione va operata secondo altri canoni: tra laici credenti e non e tra fondamentalisti credenti e non. Quando sento parlare di atei faccio fatica ad accettare la distinzione di basso profilo tra laici e chierici: è una visione da fondamentale".
(Adnkronos del 30.11.2007)
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Torquemas
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Mer Gen 09, 2008 10:39 pm |
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Tristezza, ma non stupore di fronte a proposte del genere.
Il 20 settembre è stata ed è una giornata di lutto per qualunque cattolico degno di tal nome, ma niente di buono potremo mai aspettarci da questi apostati catto-comunisti servi della massoneria e dei suoi burattinai. Un giorno, se e quando Dio vorrà, tornerà a regnare sulle nostre terre il Papa Re e di questo vergognoso interregno rimarrà solo l'infame ricordo.
Prego e spero di poter vedere coi miei occhi terreni questo mirabile giorno, ma se così non fosse, che almeno possa assistervi mio nipote.
VIVA IL PAPA RE!! |
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Torquemas
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Sab Set 20, 2008 8:35 am |
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Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 78/08 del 19 settembre 2008, San Gennaro
20 settembre? Viva il Papa-Re!
I caduti pontifici
Pubblichiamo l’elenco dei diciannove caduti dell’Esercito Pontificio deceduti il 20 settembre 1870 e nei giorni successivi in seguito alle ferite:
Zuavi
Sergente Duchet Emilio, francese, di anni 24, deceduto il 1 ottobre.
Sergente Lasserre Gustavo, francese, di anni 25, deceduto il 5 ottobre.
Soldato de l’Estourbeillon, di anni 28, deceduto il 23 settembre.
Soldato Iorand Giovanni Battista, deceduto il 20 settembre.
Soldato Burel Andrea, francese di Marsiglia, di anni 25, deceduto il 27 settembre.
Soldato Soenens Enrico, belga, di anni 34, deceduto il 2 ottobre.
Soldato Yorg Giovanni, olandese, di anni 18, deceduto il 27 settembre.
Soldato De Giry (non si hanno altri dati).
altri tre soldati non identificati, deceduti il 20 settembre.
Carabinieri:
Soldato Natele Giovanni, svizzero, di anni 30, deceduto il 15 ottobre.
Soldato Wolf Giorgio, bavarese, di anni 27, deceduto il 28 ottobre.
Dragoni:
Tenente Piccadori Alessandro, di Rieti, di anni 23, deceduto il 20 ottobre.
Artiglieria:
Maresciallo Caporilli Enrico, italiano, deceduto il 20 ottobre.
Soldato Betti, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Curtini Nazzareno, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Taliani Mariano, di Cingoli, di anni 29, deceduto il 20 settembre.
Soldato Valenti Giuseppe, di Ferentino, di anni 22, deceduto il 3 ottobre.
L’erosimo di Alessandro Piccadori, tenente dei Dragoni Pontifici
… Alessandro Piccadori, reatino di 24 anni, aveva ricevuto pochi minuti fa l’ordine di recarsi da Porta San Giovanni, dove si trovava a difendere le postazioni pontificie, al vicino convento di padri passionisti presso la Scala Santa per telegrafare al ministero delle Armi le ultime novità della battaglia. Giunto davanti all’edificio, il dragone ha trovato una piccola folla composta di impiegati e religiosi che erano scesi in strada per cercare un posto dove ripararsi: da qualche minuto infatti la batteria italiana ha preso di mira la zona tra il palazzo Lateranense e la scala Santa. Sconsigliato dai passionisti e dai militari a entrare nel palazzo, il giovane è salito di corsa nella sala della biblioteca dove si trova il telegrafo quasi inseguito da due frati, padre Angelino e fratel Paolo Giacinto: i quali, di fronte a tanto ardimento, non se la sono evidentemente sentita di lasciare solo il valoroso dragone. Ma, appena il tenente è entrato nella biblioteca e ha raggiunto l’apparecchio trasmittente, una granata è piombata nella stanza e scoppiando una scheggia lo ha colpito al capo uccidendolo all’istante, un frammento ha ferito al braccio con una profonda lesione anche fratel Paolo Giacinto. Padre Angelino, rimasto incolume, pur terrorizzato nella stanza piena di fumo e imbrattata di sangue, mentre il correligioso chiudeva aiuto torcendosi dal dolore, ha potuto impartire l’estrema unzione all’ufficiale pontificio.
(Antonio Di Pierro, L’ultimo giorno del Papa Re, pagg. 133-134, Mondadori 2007)
Un fiore sulle tombe dei caduti pontifici
I corpi degli ufficiali e dei soldati pontifici caduti durante le diverse battaglie (Castelfidardo 1860, Agro Romano 1867, difesa di Roma 1870) furono sepolti nelle città e nelle nazioni di provenienza, tranne alcune eccezioni che segnaliamo. I dati sono stati raccolti da L’Avant-Garde, bollettino dei Discendenti degli Zuavi Pontifici, nn. dal 1997 al 2002.
Il gen. Hermann Kanzler (del Baden-Württemberg, 28/3/1822 - Roma 5/1/1888), Comandante in capo delle truppe pontificie e Pro-Ministro delle Armi, dopo il 20 settembre volle rimanere a Roma. E’ sepolto in una cappella al Cimitero del Verano (la prima della fila sotto la Rupe Caracciolo, dietro la chiesa del cimitero), insieme alla moglie Laura dei Conti Vannutelli e al figlio, Rodolfo, importante archeologo. Accanto vi è una cappella con la tomba di Madame de Charette, moglie di Athanase de Charette, comandante degli Zuavi.
Nelle immediate vicinanze vi sono delle tombe di alcuni militari (tutti francesi):
- Paul Saucet, sergente degli Zuavi, nato il 16/11/1842, morì di malattia a Roma il 22/11/1861; partecipò alla battaglia di Castelfidardo, dove salvò la vita al suo capitano, Athanase de Charette.
- Zuavo Achille de Bligny, nato 11/6/1826, si arruolò il 21/2/1861, morì all’ospedale militare di Marino il 27/8/1861; una magnifica scultura raffigurante uno zuavo sovrasta la sua tomba.
- Zuavo Henri Foucault des Bigottières, 9/4/1827, si arruolò il 30/9/1867, fu assassinato un mese dopo a pugnalate da un sicario garibaldino il 25/10/1867 a Trastevere.
- Adéodat e Emmanuel Dufournel. Adèodat, nato il 18/8/1838, si arruolò nel 1860. Capitano degli Zuavi, partecipò alla battaglia di Castelfidardo e alla campagna militare del 1867. Morì il 5/11/1867 in seguito alle ferite riportate. Emmanuel, nato il 22/2/1840, si arruolò col fratello nel 1860. Sottotenente degli Zuavi, morì il 20/10/1867 a Valentino, in seguito alle ferite riportate il giorno precedente nella battaglia di Farnese.
Tutte queste tombe si trovano nel più totale abbandono, vergognosamente dimenticate dal Vaticano. L’anno scorso, per il 140° anniversario della vittoria di Mentana, sono state – per quanto possibile – ripulite da alcuni fedeli romani dell’Istituto Mater Boni Consilii.
Delle tombe di soldati papalini si trovano anche in altre cittadine laziali, dove si svolsero le battaglie del 1867. Pubblichiamo (senza possibilità di verifica) l’elenco riportato da L’Avant-Garde:
Agnani: nella chiesa di Sant’Antonio.
Albano: nel cimitero.
Ceprano: nella chiesa cattedrale.
Frascati: nella cattedrale e nel cimitero.
Marino: nella cripta della cattedrale.
Monterotondo: al cimitero. Il Comune a fine ‘800 ha posto una lapide con la scritta: “i mercenari del Papa”. L’anno scorso la direzione del cimitero ha rifiutato un nostro progetto per cambiare la lapide (mercenari della democrazia?).
Palombara: nella chiesa dei Cappuccini.
Piverno: nel cimitero.
Prossedi: nella chiesa collegiata di sant’Agata.
Sezze: nel convento (di san Francesco?).
Subiaco: nel cimitero.
Velletri: nella chiesa di santa Lucia.
Veroli: nella chiesa santa Maria Salomè.
Viterbo: nel cimitero di san Lazzaro.
Invitiamo a portare un fiore sulle tombe di coloro che morirono per difendere Pio IX e la Santa Sede dall’aggressione voluta e realizzata dalla setta massonica. Una delegazione del Centro studi Federici domenica 21 settembre 2008 porterà un omaggio floreale alla tomba del gen. Kanzler e al monumento ai soldati papalini voluto da Pio IX al Verano (al Pincetto).
La vecchia Roma dei Papi
Lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, che per quasi vent’anni visse a Roma, seppur razionalista e protestante e autore di opere dove espresse molte critiche al papato, dopo il 20 settembre scrisse:
“Roma è diventata una tomba imbiancata. Vengono ricoperte di bianco le case, persino i dignitosi palazzi antichi, si gratta via la ruggine dei secoli.
I conventi vengono tramutati in uffici. Dopo secoli il sole e l’aria penetrano di nuovo in queste clausure di frati e di monache. I frati che ancora vi risiedono ne vengono stanati come i tassi. Fa pena vederli vagare, come spiriti, nelle loro camerette, nei chiostri e nei corridoi.
La vecchia Roma sta tramontando. Vi sarà qui un mondo nuovo. Io però sono felice di essere vissuto per tanto tempo nella vecchia Roma”.
(Antonio Di Pierro, L’ultimo giorno del Papa Re, pag. 292, Mondadori 2007)
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corneliozeleacodreanu
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Dom Set 21, 2008 6:35 pm |
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Onore eterno! |
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francodamiani
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Il Giornale di Vicenza
Lunedì 22 Settembre 2008
PORTA PIA «Una data importante»
Anche un solo morto è già troppo, ma i 68 caduti (48 italiani; 20 papalini) di quel martedì 20 settembre 1870 a Roma bisogna convenire che non sono molti. Dopo cinque ore di combattimento, dalle 5 alle 10 di mattina, le forze del gen. R. Cadorna ebbero ragione di quelle del gen. H. Kanzler, e attraverso la Breccia (di 30 m.) di Porta Pia penetrarono nella capitale. Insieme con il proprio giorno di nascita e con quello di Cristo è questa la data più importante di tutta la nostra storia; è quella, la Breccia (nei pressi della Stazione Termini), il luogo romano da visitare per primo; è questa la ricorrenza politico-militare-civile che dovremmo inchiodare a spartiacque fra la vecchia e la nuova Italia. Avremo noi il coraggio e la volontà di festeggiare degnamente un simile appuntamento?
Gianfranco Mortoni |
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Torquemas
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Lun Set 22, 2008 8:44 pm |
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SCOMUNICA MAGGIORE AI SAVOIA
Lanciata dal Sommo Pontefice Pio IX il 26 Marzo del 1860
Dichiaro che tutti coloro, i quali hanno perpetrata la nefanda ribellione nelle provincie dello Stato Pontificio, e la loro usurpazione, occupazione ed invasione ed altre cose simili, di cui ho fatto querela nelle mentovate Allocuzioni, oppure hanno commesso alcuni tali cose, come pure i loro mandanti, fautori, aiutatori, consiglieri, aderenti o altri quali si siano, che hanno procurato sotto qualsiasi pretesto e in qualsivoglia modo l'esecuzione delle cose predette, ovvero le hanno per sè medesimi eseguite, hanno incorso LA SCOMUNICA MAGGIORE, e le altre CENSURE e pene ecclesiastiche inflitte dai Sacri Canoni, dalle Costituzioni apostoliche, e dai decreti dei Concili Generali, e se fa bisogno di bel nuovo li Scomunico ed Anatematizzo.
Parimente dichiaro, aver essi con ciò stesso incorso egualmente le pene della perdita di tutti e di qualunque siansi i privilegi, grazie ed indulti loro in qualsivoglia modo concessi dai Romani Pontefici Miei predecessori; e non poter eglino essere assolti e liberati da siffatte censure DA NESSUNO; ed inoltre esser eglino inabili ed incapaci di conseguire il beneficio dell'assoluzione, fino a tanto che non abbiano pubblicamente ritrattato, rivocato, cassato ed abolito tutti gli attentati in qualsivoglia modo commessi, e reintegrata ogni cosa pienamente ed efficacemente nello stato di prima, o prestata in altra maniera la dovuta e condegna soddisfazione nelle cose predette alla Chiesa e a questa Santa Sede, ma che sempre saranno e sono a tali cose obbligati, affine di potere conseguire il beneficio dell'assoluzione.
Comando che copie delle stesse lettere anche stampate e sottoscritte dalla mano di qualche pubblico Notaio, e munite del sigillo di qualunque persona costituita di dignità ecclesiastica, si presti la fede medesima in tutti i luoghi ed in TUTTE LE NAZIONI, tanto in giudizio, quanto fuori di esso, quale si presterebbe ad esse presenti, se fossero esibite o mostrate.
Dato in Roma presso S. Pietro sotto l'anello del Pescatore il giorno 26 Marzo del 1860 del Pontificato l'anno decimoquarto.
Pio Papa IX
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DISEGNO DI LEGGE PER IL RIPRISTINO DELLA FESTIVITA' NAZIONALE DEL XX SETTEMBRE
ANNIVERSARIO DELLA BRECCIA DI PORTA PIA
TESTO DELLA PROPOSTA DI LEGGE
Onorevoli colleghi, la presente proposta di legge intende ripristinare la festa nazionale del 20 settembre. Sino all'avvento del fascismo il 20 settembre era festeggiato come giornata dell'unità nazionale. Con la presa di Roma, il 20 settembre 1870, la Chiesa romana perdeva il suo potere temporale e l'Italia diventava una nazione. La breccia di Porta Pia fu opera dei bersaglieri, che fecero sparare la prima cannonata da un tenente ebreo per evitare la scomunica comminata da Pio IX a chi avesse sparato per primo. Lo Stato unitario nasce quindi su basi laiche e liberali, travolte poi dalla dittatura fascista, che non a caso abolì questa festività in ossequio e come corollario dei Patti lateranensi del 1929. Con una legge del 1930, poi, non solo il regime fascista abolì la festività del 20 settembre ma introdusse gli anniversari della marcia su Roma e della fondazione dei fasci di combattimento come feste nazionali e l'anniversario dei Patti lateranensi tra le solennità civili. Attualmente si ripresentano rischi verificabili di integralismo religioso e di intrusione nella sfera di autonomia dello Stato. Riproporre la festività del 20 settembre significa recuperare alla memoria collettiva una data fondante per la nostra nazione (non a caso celebrata con la presenza pressoché in ogni città italiana di vie e piazze ad essa dedicata in zone centrali) e al contempo respingere ogni forma di integralismo. Significa, insomma, riaffermare la laicità dello stato che, in quanto tale, deve essere di tutti e riaffermare che la libertà religiosa è prima di tutto un diritto individuale che la costituzione garantisce ad ogni persona di qualsiasi credo.
ART. 1 A decorrere dal 2003 la celebrazione del Risorgimento italiano ha nuovamente luogo il 20 settembre di ciascun anno, che pertanto viene ripristinato come giorno festivo.
ART. 2 Le vie, le piazze ed ogni altro luogo intitolato alla ricorrenza del XX settembre sono sottoposte a vincolo di tutela culturale e storica.
Franco Grillini (DS) Katia Bellillo (PdCI) Valdo Spini (DS) Alba Sasso (DS) Giovanna Grignaffini (DS) Fulvia Bandoli (DS) Titti De Simone (PRC) Tiziana Valpiana (PRC) Elettra Deiana (PRC) Enzo Bianco (Margherita) Franca Bimbi (Margherita) Luana Zanella (Verdi) Laura Cima (Verdi) Lion (Verdi) Bulgarelli (Verdi) Carlo Rognoni (DS) Pino Petrella (DS) Alfiero Grandi (DS) Giorgio Panattoni (DS) Giovanni Lolli (DS) Giorgio Bogi (DS) Maura Cossutta (PdCI) Giuliano Pisapia (PRC) Italo Sandi (DS) Gabriella Pistone (PdCI) Rugghia (DS) (notare i firmatari della proposta) |
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Dominicus
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Mer Set 24, 2008 11:16 pm |
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Sentite questa:
QUEL CHE INSEGNA OGGI LA ROMA PAPALINA…. 24.09.2008
A proposito delle recenti polemiche sul 20 settembre e sulle multe alle prostitute…
Ieri Paolo Franchi, sul Corriere della sera, metteva in guardia dal tentare qualsiasi “revisionismo storico” sul Risorgimento per non cadere nel “ridicolo” e non mettere in pericolo lo stesso stato nazionale. In pratica Franchi scomunica il cosiddetto “uso pubblico della storia”.
Gli consiglierei di leggersi qualche libro di Paolo Mieli, storico anticonformista nonché direttore del Corriere della sera su cui lui scrive. Mieli infatti si spinge da anni, con intelligenza, proprio verso quei “lidi fino a qualche tempo fa inimmaginabili” che paventa Franchi. L’attuale direttore del Corriere è arrivato a sottoporre ad analisi critica – per usare le parole di Franchi - proprio i “miti fondativi della storia nazionale”. Anche perché è davvero stravagante che chi fa professione di laicità voglia imporre il bigottismo dei miti, che diventano dogmi storiografici intoccabili.
Nel volume intitolato “Storia e politica. Risorgimento, fascismo e comunismo”, Mieli inizia proprio così: “Ma perché la Sinistra italiana (diciamo meglio: parte della Sinistra) si accanisce a tal punto contro il cosiddetto uso pubblico della storia spingendosi a dar la caccia agli untori anche nel proprio campo? Davvero pensa che esista qualcuno che abbia ordito una congiura per mandare all’aria lo Stato democratico e repubblicano, rivisitando criticamente il Risorgimento, il fascismo e il comunismo?”. Poi dimostra che da 2.500 anni “politica e storia sono sempre andate assieme”, aggiunge che da 2.500 anni “il mestiere dello storico” è sempre stato di “revisionare criticamente” ciò che è stato tramandato. E conclude – Mieli – che i problemi di oggi derivano proprio “da quel che è rimasto in ombra nella discussione su come è nata l’Italia”. Per esempio: “il dibattito storiografico sul Risorgimento fu quasi del tutto sordo alle ragioni dei vinti”.
Infine Mieli, nel volume “Le Storie. La storia” cita un convinto risorgimentale come Alfonso Scirocco che scriveva: “Gli interrogativi sulle scelte operate nel 1861 e confermate nei decenni successivi sono legittimi. Nascono da un’esigenza attuale, quella di trarre dall’indagine intorno alle radici dell’Italia odierna risposte convincenti sulla debolezza del nesso nazione-società-Stato, che sembra non avere avuto fin dall’inizio la saldezza desiderata”. Anzi, il suddetto direttore del Corriere concludeva uno di questi suoi saggi affermando che “le divisioni sono benefiche” e auspicava che, anche sul Risorgimento, “ci si possa sanamente dividere e contrapporre senza avvertire il pericolo che vada a morire l’intera dialettica democratica”.
Esattamente il contrario dell’editoriale di Franchi che si chiudeva proprio evocando il rischio della “morte” (di che?) a causa del “revisionismo storico”. Un’ultima puntura polemica a Franchi. Sia l’editorialista, sia altri storici, in questi giorni hanno fatto di tutta l’erba un fascio, accomunando gli sconfitti del 20 settembre 1870 a Porta Pia, agli sconfitti del 1945. Mi sembra ingiusto e assurdo. Non tutti i vinti hanno torto. I nazisti erano un esercito occupante che, fra l’altro, in Italia, si macchiò di stragi orrende. Mentre lo Stato Pontificio era uno stato sovrano, più antico e anche più italiano di quello piemontese (nel quali i Savoia parlavano addirittura francese). Quindi nel 1870 vinsero gli occupanti e gli aggressori. Nel 1945 vinsero i liberatori. C’è una bella differenza. Non confondiamo storie diverse. E mi pare giusto che dopo 130 anni il Comune di Roma possa ricordare anche i romani che difesero lo stato pontificio (peraltro Pio IX aveva dato ordine di resa per evitare inutili spargimenti di sangue).
Personalmente non ho nessuna nostalgia del “Papa re”. Non solo perché un certo Ettore Socci combatté a Mentana fra i garibaldini. Ma soprattutto perché ritengo – come disse Paolo VI – che sia stata provvidenziale la fine del potere temporale dei papi, che già Pio IX sentiva come una zavorra equivoca per la missione spirituale e universale della Chiesa (come si vede Dio scrive diritto anche su righe storte).
Questo però non significa tacere sul fatto che: 1) quello stato pontificio era del tutto legittimo (come e più degli altri stati italiani: il Regno delle due Sicilie, quello piemontese e il Granducato di Toscana); 2) il potere temporale dei papi nascendo fu la salvezza dell’Italia: lo ha dimostrato uno storico anticlericale come Edward Gibbon; 3) l’invasione dello stato pontificio da parte dello stato piemontese, con la confisca di una quantità immensa di beni appartenenti alla Chiesa (e la persecuzione dei religiosi, cacciati dai conventi) è una clamorosa ingiustizia e non ha alcun fondamento giuridico e morale; 4) i Patti Lateranensi sono stati solo un parziale risarcimento; 5) la conquista militare piemontese degli altri stati italiani è stato il peggior modo di fare l’unità d’Italia. Perché l’hanno fatta contro gli italiani. Così ci è stato inflitto uno stato centralista e burocratico, che ha defraudato il Meridione (e non si è più ripreso), che si è fondato sul debito pubblico, e ha dato inizio a una industrializzazione assistita che ha viziato fin dalla nascita la nostra economia. E’ infine lo “Stato etico” ed elitario del Risorgimento (dove votava una piccolissima minoranza) che ci ha portato all’immane tragedia della Grande Guerra e al fascismo.
Tragedie dovute al fatto che la casta risorgimentale al potere in sostanza tenne fuori dallo Stato gran parte della nazione che era contadina e cattolica. “L’Italia” ha scritto Ernesto Galli della Loggia “è l’unico Paese d’Europa (e non solo dell’area cattolica) la cui unità nazionale (…) sia avvenuta in aperto, feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale”. Così, cito ancora Mieli, “tra il 1861 e il 1915, il popolo anziché essere una riserva di consenso, costituì un problema per le élites liberali che fecero l’Italia. Con conseguenze drammatiche nella definizione dei modi di fare e di intendere la politica”. Com’è noto a tutti – eccetto ai faziosi – Pio IX era un convinto patriota italiano e il suo progetto di Italia federale era di gran lunga il più realistico e pacifico. Attraverso il Rosmini tentò di mettere d’accordo i vari stati italiani, fra estate 1847 e autunno 1948, sul modello dello Zollverein tedesco (che poi è la via che è stata praticata dalla comunità europea).
Quel progetto, che era realizzabilissimo, avrebbe risparmiato alla nostra nazione una gran quantità di vite umane e una enorme dissipazione di denaro pubblico. Inoltre ci avrebbe evitato tutti i problemi – a partire dalla questione meridionale – che ci portiamo dietro da due secoli. E avrebbe valorizzato le diverse identità culturali locali, di cui l’Italia è ricca. Il progetto d’Italia federale di Pio IX fallì per colpa del no del Piemonte che coltivava il suo progetto di espansione dinastica grazie all’appoggio di forze e potenze internazionali che avevano interesse a spazzar via il papato e ad avere un’Italietta succube e sottomessa alla loro politica estera. Oggi che si torna a parlare di federalismo si può riconoscere una certa lungimiranza a Pio IX ? Anche perché il federalismo di quel momento storico innescava una dinamica unitaria fra i diversi regni italiani, quello di oggi rischia di innescare spinte centrifughe. Perciò, paradossalmente, va realizzato con il sentimento nazionale da cui era animato Pio IX, che può essere il punto di incontro ispirativo sia dei federalisti, sia di chi ha a cuore l’unità nazionale.
Certo l’episodio del 20 settembre scorso, col vicesindaco Cutrufo, può essersi prestato ad equivoci. Ma sarebbe intelligente se proprio dal Comune di Roma venisse la spinta culturale e politica a superare antiche faziosità e a coniugare il federalismo col sentimento nazionale, le identità con l’unità. Questa sarebbe grande politica.
Antonio Socci
(da Libero 23.9.2008) |
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